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    Le origini del pugilato civitavecchiese: capitolo ventiduesimo

    Pubblicato il 31 marzo 2015 da Redazione.

    Nascita della “Pugilistica Civitavecchiese”.

    La boxe civitavecchiese ebbe una svolta decisiva nel 1950. Il 17 settembre, infatti, fu organizzata l’ultima riunione nella vecchia e disadorna area della “Boxe Arena”.
    A poca distanza dall’“Arena monnezza”, quella che in altri tempi fu considerata la migliore soluzione possibile per rispondere alla voglia di rinascita della boxe locale, stava per sorgere un nuovissimo e attrezzato polo sportivo che di lì a breve sarebbe divenuto uno dei più frequentati centri pugilistici italiani.
    Con il sostegno del Coni, della Federazione, e grazie soprattutto al contributo determinante di Carlo Saraudi e dei tanti appassionati che lavorarono alacremente al compimento dell’edificio sito in via Raffaele Cadorna, il 17 dicembre 1950, alla presenza delle più alte autorità civili e sportive, fu inaugurato il Palazzetto dello Sport, sede della “Pugilistica Civitavecchiese”, Associazione sportiva già istituita da tre anni. Era la realizzazione di un sogno.
    Una palestra vera, grande, arredata di tutto punto e completamente dedicata alla noble art. Un ring nuovissimo, degli spogliatoi e i locali docce, lusso impensabile fino a quel momento.
    Su una parete spiccavano il gigantesco stemma del Coni e quello della Federazione Pugilistica Italiana, in mezzo ad essi il disegno stilizzato di un boxeur.
    Stava per iniziare una seconda giovinezza per la disciplina sportiva che tanta popolarità aveva avuto e continuava ad avere in città e che ora possedeva finalmente una sede degna del suo prestigio.
    La stessa sera dell’inaugurazione, sull’immacolato tappeto del ring del Palazzetto salirono i professionisti Francesco Fratalia e Nicola Funari, mentre tra i giovani dilettanti si distinsero Ezio Nardangeli, Ivano Scisciani, Pietro Saraudi (figlio di Carlo) e un diciannovenne molto promettente destinato a seguire le orme del suo maestro sportivo e ad ereditarne da lui la passione per l’insegnamento: Giuseppe Peris.

    Mario Crisostomi.

    Mario Crisostomi era nato a Civitavecchia il 3 luglio 1924 e faceva parte di quella nutrita pattuglia di adolescenti che bramavano di emulare le imprese dei grandi campioni del passato loro concittadini quali Carlo Saraudi, Tony Campolo, Vittorio Tamagnini, Egidio Roversi e Gino Saladini.
    Crisostomi era un peso medio-massimo dal fisico asciutto e ben strutturato, la mascella grande, squadrata e solida da cui si apriva spesso un sorriso largo e bonario.
    Aveva esordito tra i dilettanti nel 1941, ma gli anni tristi della guerra avrebbero rallentato di molto la sua carriera, pregiudicandone per sempre la preparazione e le possibilità future.
    Memorabili le sfide contro il suo grande rivale, il quattro volte campione italiano dilettanti Giacomo di Segni, che affrontò per ben cinque volte.
    Mario passò professionista solo nel 1950, sostenne alcuni incontri vittoriosi e due anni dopo decise di trasferirsi negli Stati Uniti per cercare buoni ingaggi o un lavoro, in caso non se ne trovassero.
    Qualche contratto lo ottenne per la verità, per merito di Phil Young (al secolo Filippo Paliotta), un manager che più tardi si lamentò di aver male investito i suoi soldi in quel pugile troppo buono, secondo lui, per stare sul ring.
    In realtà Crisostomi era davvero un bonaccione, ma una volta indossati i guantoni sapeva anche esprimere qualità decisamente meno cordiali.
    Il civitavecchiese aveva già vinto i due combattimenti d’esordio a New York. Il primo ponendo fine all’imbattibilità del giovane promettente Lou Benson, un ventunenne di Baltimora che fino ad allora aveva battuto per fuori combattimento tutti gli avversari affrontati; il secondo imponendosi su Joe Poodles, un longilineo medio-massimo dalla faccia da bambino e dal pugno duro come la pietra.
    Mario aveva poi affrontato Jack LaBoard, uno dei challenger al titolo americano, subendo una battuta d’arresto a causa delle brutte ferite riportate in combattimento all’occhio e all’orecchio sinistri, maciullati dai terribili ganci destri del picchiatore di Newark.
    Jack concesse la rivincita all’italiano e il 16 febbraio del 1953, sul ring del Eastern Parkway Arena di Brooklyn, una ex pista di pattinaggio capace di quasi cinquemila posti, Crisostomi sostenne il suo quarto combattimento in terra americana.
    Il civitavecchiese voleva rifarsi, era consapevole di essere stato bloccato solo dalla sfortuna e non da un avversario a lui superiore. Il match fu fissato sulle sei riprese e in un combattimento così breve chi parte subito in vantaggio può ipotecare la vittoria.
    Mario attaccò immediatamente con straordinaria aggressività, aveva capito che l’americano puntava tutto sulla potenza e soffriva una boxe dinamica e veloce. Per questo lo aggirò di continuo con spostamenti rapidi e imprevedibili, tenendosi lontano da quel terribile destro che lo aveva già massacrato. Favorito da un maggior allungo, Crisostomi usò il jeb sinistro come un pistone per tutto il tempo, spianando la strada al diretto destro che colpì decine di volte, con estrema precisione, la testa dell’avversario.
    Il pugile italiano era in ottima forma e riuscì a mantenere, ripresa dopo ripresa, quel ritmo frenetico fatto di spostamenti repentini e rapidissimi rientri che misero in notevole difficoltà l’impostazione statica e pesante di LaBoard, il quale ebbe ben poche opportunità per scaricare i suoi colpi con la dovuta efficacia.
    Crisostomi si mostrò tranquillo, dinamico, si batté con scioltezza e agilità, sferrò continui assalti e rapidissime serie a due mani per poi uscire dall’ingaggio con estrema sollecitudine.
    Ad un certo punto egli vide l’avversario in difficoltà e questa fu una buona sensazione per lui perché si rese conto di aver dato la giusta impostazione al confronto; sei round, in fondo, erano pochi minuti di combattimento: poteva farcela. L’americano ad un tratto apparve confuso, pochi dei suoi colpi migliori avevano raggiunto il bersaglio utile e oltretutto Mario era un buon incassatore.
    All’ultima ripresa il civitavecchiese sentì ormai di avere il match in pugno, un effetto tranquillizzante che lo indusse ad un’imperdonabile errore: quello di allentare la tensione nervosa.
    Fu un attimo. Un diretto destro fulmineo e velenoso, come il morso di un cobra, sbucò dal nulla e lo colpì alla mandibola. Crisostomi andò al tappeto.
    Otto secondi di buio. Otto secondi durante i quali tutto avrebbe potuto capovolgersi, così come una bella vittoria poteva diventare la più cocente delle sconfitte: un knock out.
    Non quella volta però.
    Mario era un ragazzo integro e forte e il suo recupero ebbe dell’incredibile. Si rialzò e replicò con decisione fino alla fine del combattimento che vinse con un buon margine di punti, nonostante il knock down.
    Mario Crisostomi di Civitavecchia non ebbe una carriera luminosa come altri suoi celebri concittadini, ma fu un pugile forte e coraggioso, un’abile mestierante che ad un certo punto fu lasciato a New York senza guida né consigli, nonostante avesse perso un solo incontro.
    Bruciato il sogno americano, Mario se ne tornò in Italia dove purtroppo non riuscì più a ritrovare gli stimoli necessari per vincere ancora.
    Nel 1953, dopo la seconda sconfitta subìta da Franco Cavicchi che gli sbarrò la strada verso il titolo italiano, Crisostomi si ritirò dall’attività e alcuni anni più tardi tornò negli Stati Uniti per cercare lavoro, stabilendosi definitivamente a Brooklyn.
    Colpito da un male incurabile, il forte pugile medio-massimo tornò un’ultima volta a Civitavecchia nel Natale del 1972.
    L’anno dopo morì a New York.
    La sua è la storia di un pugile senza glorie, una lunga avventura sportiva interrotta dalle vicissitudini della guerra e ripresa forse un po’ troppo tardi.
    Pur appartenendo a quella vasta schiera di sportivi che non collezionarono mai alcun trofeo né grandi successi, Crisostomi è ancora oggi definito uno dei migliori pugili civitavecchiesi, un atleta che seppe regalare, agli appassionati, momenti indimenticabili di grande intensità agonistica.

    Alessandro Bisozzi

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