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    #VoxPopuli: Du iù spikkitalian?

    Pubblicato il 4 febbraio 2016 da Redazione.

    di Marcello De Angelis.

    Cosa ti aspetteresti come priorità dai mezzi di informazione, politici e istituzioni? Io direi: farsi capire. Se il tuo ruolo è comunicare informazioni e spiegare cosa succede ai lettori, convincere potenziali elettori o più semplicemente erogare servizi a cui il pubblico ha diritto, dovresti fare il massimo sforzo per spiegarti molto e bene. Quindi – mi chiedo ma non trovo risposta – perché questo continuo e immotivato utilizzo di lingue straniere, o meglio di una in particolare e cioè l’angloamèrikan?

    Parto dall’attualità parlamentare di questi giorni: all’ordine dei lavori il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili e cioè sul riconoscimento delle unioni tra omosessuali (che però si dice, ovviamente in inglese, gay, perché è più politicamente corretto, che poi si dice, sempre in inglese, politically correct). Uno dei punti su cui la maggioranza rischia di non tenere è l’articolo sulla stepchild adoption, che in italiano sarebbe l’adozione da parte del partner (anche questo in inglese) di un figlio dell’altro partner. Fin qui la spiegazione del giornalista televisivo, che prima te lo dice in inglese e poi, ovviamente, te lo deve spiegare in italiano. Ma siccome i tempi televisivi sono brevi non ha poi il tempo di spiegare ai telespettatori – che è sbagliatissimo ritenere siano tutti di livello culturale medio-alto, poliglotti e di mente rapida e aperta – come mai il partner ha un figlio non avendo rapporti con persone dell’altro sesso. Ovviamente la questione è più complessa, perché nel caso di coppie donna/donna non è complicato che una utilizzi metodi di fecondazione che bypassino (altro termine inglese) l’atto sessuale procreativo – ma poi bisogna che la donna che non ha partorito possa adottare il figlio dell’altra – ma nel caso di due uomini chi gestisce la gravidanza? E allora bisogna anche passare per un utero “in affitto”. Come si vede, metterci in mezzo l’inglese fa sembrare tutto più moderno e forse all’avanguardia, ma non semplifica né le procedure né la comprensione.

    Ma passiamo alla vita di tutti e di tutti i giorni. E direi che l’istituzione con cui abbiamo una relazione più assidua e complicata è l’Agenzia delle entrate. Sono andato sul sito perché dovevo fare una semplice operazione come scaricare un modulo e mi sono imbattuto nei seguenti termini: voluntary disclosure (bhò), patent box, one stop shop, fino al più comprensibile desk… ma perché non “sportello”? Un tasto ammiccante ti invita a usare il v@t on service… Dove vat è la sigla anglofono di Iva. E allora perché non Iva? Forse perché era più importante l’abbellimento grafico della @ in mezzo (che fa digitale e young) della comprensibilità? E allora perché non iv@? Chi lo sa…

    E tutto questo si aggiunge a un centinaio di sigle italiane non sempre note a chi non faccia il commercialista che vanno da Irpef e Ires fino alla più inquietante Ivafe.

    Quando qualcuno prova a dire che questo uso smodato e immotivato dell’inglese dovrebbe essere limitato, le risposte sono di due tipi:

    1) “ma in inglese è più semplice”… E perché meeting sia più semplice di riunione, spending review più immediato di revisione di spesa oppure il già citato desk più orecchiabile di sportello, proprio non si capisce;

    2) “ecco! Il solito italiano provinciale ignorante… E fatelo uno sforzo per imparare l’inglese!”. A me è capitato proprio questo, anni fa, durante un dibattito televisivo in cui avevo sostenuto, appunto, che usare una parola in inglese ogni tre era un’idiozia. Il problema, per il mio interlocutore, fu che io ho vissuto dieci anni in Inghilterra e quindi sono sifficientemente versato nella lingua di Shakespeare. A quel punto ho continuato l’argomentazione direttamente in inglese e, inutile dirlo, la mia dirimpettaia non ci ha capito un cavolo (o meglio, un cabbage!).

    ‏@deangelismarce

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