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    #VoxPopuli – Presidenziali Usa: voglia di Nonno

    Pubblicato il 12 febbraio 2016 da Redazione.

    di Marcello De Angelis.

    Tutte le mode – che in giornalistese si chiamano “mutamenti sociologici” – nascono negli Usa e si irradiano per il mondo in ondate concentriche, arrivando con il tempo dovuto fino alle periferie del mondo. Noi siamo a metà strada, quindi veniamo investiti dai “mutamenti” una decina di anni dopo, circa.

    La ragione è semplice: la comunicazione di massa. I media, ma in particolare i veicoli delle mode e cioè cinema, spettacolo, musica e ora i social media, tracciano i binari delle mutazioni del costume. Niente di originale, si sa che funziona così da quasi un secolo.

    Non è un caso che il mondo si fermi quindi a osservare eventi apparentemente irrilevanti come le primarie americane, come se si trattasse di uno sceneggiato televisivo. Il presidente degli Usa è – sarà – l’uomo più potente del mondo e siamo abituati da generazioni a ritenere che da lui/lei possa dipendere il nostro destino. Qualcuno infatti ogni tanto obietta che, stando così le cose, potremmo risparmiarci tempo e denaro e rinunciare a eleggere governi nazionali…

    Ma anche senza essere supini, vale la pena di seguire il dibattito in corso negli Usa e capire quali saranno i criteri di scelta del prossimo presidente del Pianeta; almeno per farsi un idea di come cambieranno le griglie interpretative del good e no-good nel nostro prossimo futuro.

    Nell’ultima trasformazione della nostra società, infatti, ci siamo abituati – come gli americani – a ritenere che essere giovane e donna fosse buono a prescindere. E siccome in democrazia la politica è l’inseguimento costante e maniacale del consenso, con l’offerta al pubblico di icone che incarnino le caratteristiche in voga al momento, ci siamo convinti che la soluzione dei problemi fosse mettere giovani a posto dei vecchi e donne a posto degli uomini. Abbiamo poi fatta nostra la logica per la quale la maggioranza, che teoricamente in democrazia è tiranna, debba scegliere come rappresentanti degli individui che vengono dalle minoranze (etniche, religiose o in base all’orientamento sessuale) perché così è più giusto. Questo, in America e nel Nord Europa ha progressivamente marginalizzato gli uomini di mezza età conformi alle caratteristiche della maggioranza (bianchi, anglosassoni, cristiani, eterosessuali). La vittoria di questa grande e importante fase di cambiamento durata molti decenni, è stata l’elezione di Obama: colorato, di nazionalità dubbia e di religione incerta e relativamente giovane (appena 48 anni).

    Ma le mode cambiano, e ben presto ci si rende conto che non basta essere “diverso” per fare meglio. E nel caso di Obama sono quasi tutti d’accordo, anche nel suo stesso partito, che il suo apporto non sia stato esageratamente positivo. Quindi, è nuovamente ora di cambiare.

    Nell’inseguimento costante della novità tanto caro alle società occidentali, c’è ancora una carta da giocare (dopo “il primo presidente nero”): il “primo presidente donna”. E qui entra in gioco Hillary Clinton.

    Ma il pubblico americano è incostante e se gli dai troppa Coca-Cola alla fine decide che è meglio la Pepsi e se lo abbuffi di MacDonald alla fine sente il bisogno di Burger King.

    Forse questo spiega come mai nelle preferenze degli elettori sembrino sfondare i nonnetti. E particolarmente in campo democratico (storicamente il più affamato di cambiamenti), dove si è piazzato solidamente il vecchio Sanders, che risulta il candidato più gradito ai giovani dall’alto dei suoi 75 anni.

    Se la gioca sul versante repubblicano con Trump (una grottesca caricatura di Berlusconi, con più soldi e meno savoir faire) il quale sembra anche più vecchio di lui, ma invece è coetaneo della Clinton, anche lei ormai settantenne. Ted Cruz, conservatore di appena 45 anni, non sembra risvegliare la fantasia degli spettatori/elettori.

    Considerando che negli Usa – dove non c’è come da noi l’idea che basta essere “giovani dentro” – a 50 anni sei considerato in età pensionabile, scegliere come presidente un settantacinquenne, che sta in politica dalla fine della guerra, ha fatto cortei con Kennedy e Martin Luther King, proteste contro la guerra in Viet-Nam e faceva i volantini col ciclostile e i manifesti a mano con la serigrafia, sarebbe come candidare da noi un veterano della Prima guerra mondiale.

    Ma i giovani sostenitori di Sanders, intervistati, ti rispondono che “con l’età viene la competenza e l’esperienza” e che “solo chi non ha cambiato posizioni, idee (e partito) per almeno mezzo secolo ha veramente dimostrato di essere coerente e di avere più a cuore gli ideali che i soldi e la carriera…”.

    In effetti… Ma andate adesso a spiegarlo ai nostri “rottamatori”…

    ‏@deangelismarcel 

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