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    Le origini del pugilato civitavecchiese, capitolo 35°: Vittorio Saraudi

    Pubblicato il 29 marzo 2016 da Direttore.

    di Alessandro Bisozzi.

    CIVITAVECCHIA – Vittorio Saraudi, figlio di Carlo, era un ragazzo bizzarro e assai guascone, ma un pugile dal pugno molto difficile da digerire. Nato l’11 gennaio 1941 a Civitavecchia e soprannominato fin da piccolo “Cacaise”, egli aveva seguito le orme di suo padre e quelle dei due fratelli più grandi. Dotato di una carica agonistica travolgente, Vittorio era un medio-massimo completo e pur non possedendo grandi qualità tecniche, la grinta con la quale sapeva affrontare gli avversari lo rendeva un picchiatore assai temibile. Alto e dal fisico poderoso, seppure con una mascella piuttosto fragile, Vittorio era micidiale e inavvicinabile perché attrezzato di un jeb terribile e oltremodo lungo.

    Passato professionista nel 1963, dopo aver vinto il titolo italiano dei novizi e la medaglia di bronzo ai campionati internazionali militari, Saraudi arrivò al confronto col tongano Johnny Halafihi con dodici vittorie su altrettanti incontri disputati in appena un anno e mezzo di attività. Dodici successi caratterizzati da nove ko inflitti non oltre il quarto round. Nato a Tonga nel 1933 e professionista dal 1954, Johnny Halafihi non era molto alto per essere un medio-massimo. Atleta robusto e tarchiato era tuttavia in possesso di un’eccellente tecnica e di un pugno di tutto rispetto. Anche lui si distinse per una serie ininterrotta di vittorie per ko, compresa quella che gli fece conquistare il titolo della Nuova Zelanda contro il forte Charley Beaton. Quando nel 1956 si trasferì in Inghilterra, ottenendo la licenza inglese, il giovane Johnny fece massacri tra i fortissimi picchiatori che gli si opposero per metterlo alla prova. Per tre anni nessuno riuscì a fermarlo, neppure il mitico Johnny Sullivan, il campione inglese dei pesi medi che ogni tanto si divertiva a stendere al tappeto anche colleghi della categoria superiore. Nel 1960 il tongano aveva provato a strappare il titolo del Commonwealth al sudafricano Mike Holt, titolo che gli dovette lasciare dopo aver pareggiato un match che forse aveva vinto. Ci provò ancora due mesi più tardi e poi nel 1962, ma il grandissimo Chic Calderwood – che nel 1966 perse il campionato del mondo contro Josè Torres – lo bloccò entrambe le volte. Sempre nel 1960, a Roma, Halafihi perse la rivincita concessa a Giulio Rinaldi che riscattò la sconfitta subita l’anno prima in Inghilterra.

    Pugile di classe elevata, il tongano rappresentava la prima prova importante per Saraudi, che lo affrontò il 27 novembre 1964 sul ring del Palazzetto dello Sport di Roma. Il match era uno dei sottoclou di due importanti incontri che vedevano impegnati il campione d’Italia dei pesi medi Nino Benvenuti contro Aristeo Chavarin, e l’ex campione del mondo della stessa categoria, l’americano Sugar Ray Robinson, opposto al nostro Fabio Bettini. Halafihi partì tentando subito la prova di forza. Vittorio sulle prime non riuscì a contenere l’irruente azione dell’avversario che lo incalzò senza tregua fino alla seconda ripresa, quando un potente e larghissimo gancio destro lo raggiunse alla mandibola spedendolo al tappeto. Favorita dalla sua pessima abitudine di abbassare la guardia nei momenti meno opportuni, la sventola gli arrivò addosso con la velocità del fulmine, centrandolo in pieno sul punto debole. Il il civitavecchiese accusò nettamente il colpo, tuttavia riuscì a rialzarsi e in qualche modo a recuperare.

    Tra le tante buone qualità di Saraudi, la migliore era forse quella che gli permetteva di ritrovare la concentrazione proprio quando le cose sembravano precipitare. I suoi modi da spaccone lasciavano immediatamente il passo a quelli dell’esperto pugile di mestiere, e da quel momento, per chiunque se lo fosse ritrovato davanti, Vittorio rappresentava un serio problema da gestire. In appena un paio di riprese egli si riportò in vantaggio. Una serie ininterrotta di destri e sinistri, ben bilanciati e piazzati per linee interne, centrarono il volto di Halafihi che non si aspettava un tale recupero e una reazione così rapida e decisa. Colpi secchi, precisi e ben assestati arrivarono a bersaglio a decine, il tongano apparve presto in difficoltà e prese ad arretrare davanti alla possente mole del rivale, che lo sovrastava di quasi dieci centimetri in altezza. Alla quarta ripresa, un poderoso diretto destro di Saraudi raggiunse la fronte dell’avversario provocandogli uno squarcio largo e profondo sul sopracciglio sinistro. Le condizioni della ferita, che cominciò a sanguinare copiosamente, apparvero subito piuttosto gravi e il medico chiamato ad intervenire non poté far altro che sospendere il combattimento.

    L’intero brano e le foto sono tratte dal libro “I Campioni. Le origini del pugilato civitavecchiese” di Alessandro Bisozzi.

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