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    Le origini del pugilato civitavecchiese: capitolo 36°, Vittorio Saraudi diventa campione d’Italia

    Pubblicato il 22 aprile 2016 da Redazione.

    di Alessandro Bisozzi.

    CIVITAVECCHIA – L’imbattibilità di Vittorio Saraudi stava cominciando a diventare un affare di cui occuparsi.

    Tre settimane dopo aver liquidato Halafihi, il civitavecchiese fu chiamato ad affrontare José Humberto Menno, un forte pugile argentino dalla lunga e consolidata esperienza.

    L’incontro avvenne al Palazzetto dello Sport di Milano il 19 dicembre 1964 e tutto sembrò risolversi in poche battute; alla prima ripresa, infatti, con un perfetto sinistro-destro in pieno viso, Saraudi scaraventò subito l’avversario al tappeto.

    La rapidissima combinazione fu piuttosto potente e Menno dimostrò senz’altro di essere un buon incassatore, perché sebbene stordito e barcollante riuscì comunque a rimettersi in piedi.

    Vittorio a quel punto pensò di avere il match in tasca, ma ancora non aveva fatto i conti con la robusta fibra e le eccezionali doti di recupero del pugile di Buenos Aires, che non appena smaltito il knock down passò decisamente al contrattacco.

    Al termine di otto round impegnativi e combattutissimi, dando fondo a tutto il suo maggior bagaglio d’esperienza, Menno strappò un verdetto di parità forse un po’ troppo generoso da parte dei giudici, un risultato che premiò la sua ostinazione e interruppe la lunga serie di successi di Saraudi.

    Dimostrando di essere pronto alle sfide di maggior spessore, tesi confermata dalle due belle prove compiute contro l’ex campione francese Bernard Quellier e il picchiatore tedesco Harry Kneipp, battuti entrambi ai punti, per il forte medio-massimo civitavecchiese arrivò finalmente la prima possibilità di conquistare il titolo italiano.

    Benito Michelon era nato a Padova nel 1939 e dall’età di nove anni risiedeva ad Alessandria, città dove cominciò a praticare la boxe.

    Dopo aver partecipato come riserva alle Olimpiadi di Roma nel 1960, egli passò professionista infilando una lunga serie di vittorie che lo portò, nel giro di due anni, al primo tentativo di assalto al titolo italiano. Fu la sua prima sconfitta: Piero Del Papa lo ferì in modo grave e il medico fermò l’incontro all’undicesima ripresa.

    Quattro mesi più tardi la rivincita ad Alessandria; questa volta Del Papa venne battuto e Michelon diventò campione italiano.

    Le strade dei due più forti medio-massimi del momento stavano dunque per incrociarsi.

    Il 18 giugno del 1965, lo stadio San Siro di Milano ospitò un evento eccezionale: il campionato del mondo dei superwelter (o medi-junior come venivano chiamati allora) tra due grandi pugili italiani. Con un sonoro ko alla sesta ripresa, Nino Benvenuti strappò il titolo a Sandro Mazzinghi e passò alla storia.

    I giornali sottolinearono il fatto che lo stadio non fosse pieno, paragonando l’evento a quello avvenuto il 1° settembre di cinque anni prima, quando oltre sessantamila spettatori gremirono gli spalti per assistere alla rivincita tra Duilio Loi e il portoricano Carlos Ortiz, sfida valevole per il titolo del mondo dei welter leggeri che il triestino conquistò al termine di quindici riprese indimenticabili.

    Quella sera del 18 giugno erano presenti “soltanto” quarantamila persone; un mezzo vuoto, forse, per lo stadio di San Siro, ma pur sempre una folla immensa per una riunione di boxe, considerando anche il fatto che Loi, sebbene fosse nato a Trieste, era un personaggio amatissimo a Milano.

    Uno dei sottoclou di rilievo era appunto l’incontro tra Saraudi e Michelon.

    Fu uno scontro equilibrato e violentissimo, i due apparvero molto nervosi e nel corso della nona ripresa finirono perfino per cadere all’esterno del ring allacciati in un corpo a corpo. Benito si procurò la frattura di due dita della mano sinistra, tuttavia proseguì l’incontro fino a quando Saraudi non lo centrò con un preciso gancio destro mandandolo al tappeto.

    Michelon si rialzò quasi al termine del conteggio e nonostante il dolore proseguì fino al suono del gong, ma durante l’intervallo decise di abbandonare, consegnando il titolo nelle mani del civitavecchiese.

    Fu una doppia soddisfazione per il vincitore. Quel successo andava dedicato al padre, Carlo, che trentaquattro anni prima aveva mancato per un soffio di iscrivere il suo nome nell’albo d’oro dei campioni italiani professionisti.

    L’alessandrino la prese male e chiese immediatamente la rivincita, a prescindere dal titolo.

    Saraudi gliela concesse nove mesi più tardi. Fu la conferma della superiorità del civitavecchiese che chiuse i giochi a trenta secondi dalla fine della quarta ripresa: uno schioccante sinistro seguito a ruota da un destro micidiale alla mandibola e Michelon crollò al tappeto a faccia avanti. Un ko che andò ben oltre i dieci secondi contati dall’arbitro.

    Due mesi dopo, a Torino, un’altra rivincita.

    Menno era l’unico pugile che aveva costretto Vittorio al pareggio e nei primi minuti il nuovo confronto sembrò mettersi addirittura peggio per lui.
    Alla terza ripresa, infatti, colpito d’incontro da un destro, Saraudi crollò lungo disteso al tappeto. Quando si rialzò il combattimento divenne una rissa senza tanti complimenti, un’accanita battaglia cui non mancarono continue scorrettezze da parte di entrambi.

    Alla quarta ripresa, allacciati in una lotta furibonda, i due volarono insieme giù dal quadrato fracassando il tavolo della stampa e mettendo due giornalisti ko, poi di corsa sul ring e ancora botte senza pietà, con un leggero vantaggio a favore dell’argentino.

    Alla settima e penultima frazione, quando sembrava ormai quasi certa la prima sconfitta del civitavecchiese, un potente sinistro centrò Menno d’incontro tranciandogli di netto il labbro superiore. Sputando sangue come una fontana, l’orgoglioso sudamericano avrebbe anche continuato, ma la ferita era davvero grave e l’intervento del medico chiuse il match.

    Vittorio si trovava in un formidabile momento di grazia: venti combattimenti disputati in tre anni di professionismo e fino ad allora non aveva mai perso.

    La sua impetuosa carica agonistica travolse perfino un peso massimo, il lussemburghese Ray Cillien, eliminato in quattro round, poi la vittoria ai punti sull’ex campione argentino José Angel Manzur e sul terribile picchiatore belga Lion Ven, prima di affrontare a Bologna il nero americano Bobby Stininato.

    L’intero brano e le foto sono tratte dal libro “I Campioni. Le origini del pugilato civitavecchiese” di Alessandro Bisozzi

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