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    Le origini del pugilato civitavecchiese capitolo 38°: Vittorio Saraudi tenta l’europeo

    Pubblicato il 23 giugno 2016 da Direttore.

    di Alessandro Bisozzi.

    Nato a Pisa il 25 agosto 1938, Del Papa, soprannominato “Gallaccio”, vinse il suo primo titolo italiano da dilettante nel 1960. Due anni dopo conquistò quello da professionista e nel 1966 divenne campione europeo battendo Giulio Rinaldi a Roma. Stile essenziale, asciutto e poco elegante, il pisano era tuttavia un pugile opportunista, rapidissimo e assai solido. La sua qualità migliore era senz’altro la versatilità; con assoluta freddezza e padronanza del mestiere, infatti, egli sapeva adattarsi alle circostanze in maniera del tutto istintiva. Affrontandolo, Saraudi aveva la possibilità di impossessarsi delle due prestigiose cinture, un colpaccio che lo avrebbe immediatamente catapultato alla ribalta internazionale.

    Il 9 agosto 1967, a San Benedetto del Tronto, il ring fu predisposto nel campo centrale del Circolo tennis “Maggioni” dall’organizzazione “ITOS”, del giornalista e match maker Rino Tommasi. Gli spalti erano gremiti di tifosi pisani e civitavecchiesi giunti in città fin dalle prime ore del pomeriggio. Maestro nell’arte del dissolvimento, Vittorio si era di nuovo reso irreperibile fin dal mattino, creando un notevole e giustificato stato d’ansia tra gli organizzatori della manifestazione. Il match cominciò così con un sensibile ritardo, ma le proteste del pubblico lasciarono subito il posto all’entusiasmo perché lo spettacolo fu davvero superiore alle aspettative.

    Saraudi si esibì con scioltezza, era veloce, incisivo; il suo interminabile jeb preparava sempre colpi spettacolari e precisi. In chiusura del primo round Del Papa accusò vistosamente due destri, barcollò da un lato poi si riprese e cercò in qualche modo di replicare, tuttavia sembrava già in difficoltà e Vittorio ne approfittò per intensificare l’azione. Il maggiore allungo e la notevole velocità di esecuzione del civitavecchiese dominarono tutto il secondo round; il pisano soffriva nettamente l’intraprendenza dello sfidante che lo soffocava con un’incessante raffica di colpi dalla distanza. Il terzo round fu ancora segnato dalla costante iniziativa di Saraudi che seguitava ad accumulare punti su punti centrando più volte con precisione il viso dell’avversario. Il campione d’Europa cercò di reagire accorciando la distanza con azioni troppo lente e prevedibili, manovre piuttosto pericolose che allo scadere della frazione gli fecero commettere un errore clamoroso: durante un assalto, il gancio destro di Vittorio lo incocciò in piena avanzata. Un colpo d’incontro terribile. Del Papa crollò al tappeto. Il “Gallaccio” impiegò quasi tutto il conteggio dell’arbitro per riprendersi e quando alla fine riuscì a rialzarsi, il gong lo salvò. Il civitavecchiese rientrò all’angolo soddisfatto, aveva la certezza matematica che la fine del match fosse vicinissima. Alla ripresa del combattimento avrebbe posto fine al regno europeo del pisano. Nulla faceva presagire qualcosa di diverso. Nulla tranne… la sua stessa sicurezza. Un’illusione che purtroppo per lui svanì presto. Tutto avvenne in pochi secondi.

    Alla riapertura delle ostilità Piero pareva aver smaltito il knock down, ora voleva recuperare il vantaggio; i due si scambiarono alcuni colpi al centro del quadrato. Saraudi avanzò, la guardia spavaldamente bassa, troppo bassa, scherniva l’avversario e lo invitava ad attaccare. Dall’angolo Proietti si sgolava per fargli alzare le braccia, invano. Del Papa aveva la faccia nascosta tra i guantoni, gli occhi sbucavano da una fessura e inquadrarono il bersaglio. Un passo, due, poi partì un largo gancio destro, rapido come un fulmine. La zampata di un leone. Il mento sembrò fracassarsi sotto la violenta e rabbiosa carica del colpo. Saraudi crollò al tappeto già anestetizzato e picchiò violentemente la nuca a terra. Il conteggio dell’arbitro fu del tutto inutile perché Vittorio, steso a terra supino, non fece una piega. Sul ring si visse un terribile minuto di apprensione: tanto, infatti, impiegò il civitavecchiese per riaprire gli occhi. Fu un ko pesantissimo, non solo dal punto di vista fisico. Il più arrabbiato di tutti era Proietti: il suo pupillo aveva il titolo in tasca, eppure non lo aveva ascoltato e ora avrebbero dovuto ricominciare tutto da capo.

    Il popolare manager stravedeva per le qualità di Saraudi, era convinto che un atleta provvisto di tali doti fisiche e tecniche potesse senz’altro diventare un fuoriclasse e cercò con ogni mezzo di cambiare il suo carattere istrionico, troppo incline alle facili guasconerie. Paradossalmente, il civitavecchiese riusciva a esprimere il meglio della sua tecnica nelle situazioni peggiori, mentre quando le cose sembravano volgere al meglio egli abbandonava ogni prudenza, per esibirsi in atteggiamenti quanto meno sconsigliabili ad un pugile dalla mandibola così fragile. Vittorio tornò sul quadrato del Palazzetto dello Sport di Roma quasi sei mesi dopo, per affrontare e battere l’olandese Bas van Duivenbode. Poi la trasferta in Argentina dove lo aspettava il fenomenale picchiatore Gregorio Peralta, l’uomo che in seguito affronterà l’imbattibile George Foreman, per il titolo del mondo, perdendo con un dignitosissimo ko tecnico alla decima ripresa.

    L’incontro avvenne il 5 maggio 1968 allo stadio Luna Park di Buenos Aires. Fu un combattimento accanito e violentissimo, durante il quale l’orgoglioso Saraudi tenne testa con ostinata fermezza alla superba classe dell’avversario. Il campione italiano vinse il confronto al termine di dieci estenuanti riprese, tuttavia i tre punti di vantaggio gli furono tolti perché ad un certo punto della lotta egli strofinò con forza il guantone su una ferita aperta di Peralta. Una stupida scorrettezza che non piacque ai giudici, i quali punirono Saraudi in maniera forse un po’ troppo severa, decretando il pareggio. Al ritorno in Italia lo attendeva la terza difesa del titolo. Il pavese Giovanni Biancardi, classe 1939, non aveva mai perso un solo incontro, ma la sera del 18 ottobre 1968 lo aspettava una dura lezione. Un ko tecnico al sesto round che ruppe la sua imbattibilità e lasciò la cintura nazionale nelle mani di Vittorio Saraudi.

    Per il campione italiano altre due vittorie nei cinque mesi successivi: contro il tedesco Kurt Stroer, ko tecnico alla prima ripresa, e contro il peso massimo americano Joe Shelton – portato in Italia dal leggendario ex pugile Aldo Spoldi – battuto ai punti.
    Poi l’ultimo match, il più drammatico, al Palazzetto dello Sport di Roma il 28 marzo 1969.

    L’intero brano e le foto sono tratte dal libro “I Campioni. Le origini del pugilato civitavecchiese” di Alessandro Bisozzi.

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