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    11 settembre, oggi il 15º anniversario della strage delle Torri Gemelle

    Pubblicato l'11 settembre 2016 da Redazione.

    L’11 settembre 2001 è una data simbolo ma anche un giorno bruttissimo che nessuno potrà mai dimenticare. Negli occhi di tutti noi che abbiamo vissuto quei terribili momenti c’è ancora l’immagine di quegli aerei dirottati da 19 terroristi islamici che si schiantano sulle Torri Gemelle facendole implodere e causando quasi 3 mila le vittime.

    Oggi è il 15esimo anniversario del più grave attentato islamico da quando è iniziata questa schifosissima guerra che ci ostiniamo ancora a definirla “non religiosa” (anche se loro, gli estremisti islamici, la chiamano Jihad, ossia Guerra Santa). Sono stati attimi terribili per tutti, anche per noi che l’abbiamo vissuti dall’altra parte del mondo e davanti ad un televisore. Il primo aereo dei 4 di linea utilizzati come arma di distruzione di massa dai terroristi, il volo 11 dell’American Airlines, colpì la torre nord del World Trade Center alle 08.46  del mattino, ora di New York.  Alle  09:03:11 il volo United Airlines 175 colpì la torre sud. Il volo 77 dell’American precipitò sul Pentagono, ad Arlington alle 09.37. La storia del quarto volo dirottato, il volo 93 della United Airlines, ha commosso più di tutti gli altri. Cadde sopra a Shanksville, a pochi chilometri da Washington, dopo che i passeggeri (almeno questa è la versione ufficiale del governo statunitense), in un estremo atto di coraggio, si ribellarono ai terroristi, pur sapendo di andare incontro alla morte.

    L’attentato delle torri gemelle cambiò lo skyliner di New York, creò Ground Zero (agghiacciante vederlo dal vivo), costò, per la precisione, la vita a 2.974 tra civili, vigili del fuoco, poliziotti e operatori del soccorso ma a seguito dell’attentato ancora si muore per l’inquinamento ambientale causato dal collasso delle Torri che riversò nell’aria amianto, mercurio e piombo. Ad oggi sono più di 2.500 le persone – soprattutto tra i soccorritori – che si sono ammalate di gravi malattie polmonari.

    Migliaia di morti ammazzati in nome di un dio che tra i suoi nomi ha as Salam (la pace), grandi sofferenze e persecuzioni di intere comunità perpetrate come atto di culto. Un estremismo assurdo, terribile e ottuso che va combattuto ed eliminato senza tentennamenti.

    Ma a settembre, ricorre anche l’anniversario della scomparsa di Oriana Fallaci. Il prossimo 15 settembre infatti saranno 10 anni dalla scomparsa della scrittrice (così, uno scrittore, amava definirsi negli ultimi anni della sua vita e non più una giornalista). Ad oggi, nell’Italia dove si dedicano giornate per qualsiasi cosa, non ci risultano commemorazioni ufficiali in suo ricordo, neanche nella sua amata Firenze, dove Oriana aveva deciso di tornare per concludere lì gli ultimi giorni della sua vita terrena.

    E noi, in occasione di questo quindicesimo anniversario dell’11 settembre 2001, vogliamo rendere omaggio proprio a lei, pubblicando questo suo stralcio tratto da «La rabbia e l’orgoglio» di Oriana Fallaci.

    Oriana Fallaci e l’11 settembre 2001.

    Il fatto è che l’America è un Paese speciale, caro mio. Un Paese da invidiare, di cui esser gelosi, per cose che non hanno nulla a che fare con la ricchezza eccetera. Lo è perché è nato da un bisogno dell’anima, il bisogno d’avere una patria, e dall’idea più sublime che l’Uomo abbia mai concepito: l’idea della Libertà, anzi della libertà sposata all’idea di uguaglianza. Lo è anche perché a quel tempo l’idea di libertà non era di moda. L’idea di uguaglianza, nemmeno. Non ne parlavano che certi filosofi detti Illuministi, di queste cose. Non li trovavi che in un costosissimo librone a puntate detto l’Encyclopedie, questi concetti. E a parte gli scrittori o gli altri intellettuali, a parte i principi e i signori che avevano i soldi per comprare il librone o i libri che avevano ispirato il librone, chi ne sapeva nulla dell’Illuminismo? Non era mica roba da mangiare, l’Illuminismo! Non ne parlavan neppure i rivoluzionari della Rivoluzione Francese, visto che la Rivoluzione Francese sarebbe incominciata nel 1789 ossia tredici anni dopo la Rivoluzione Americana che scoppiò nel 1776. (Altro particolare che gli antiamericani del bene-agli-americani- gli-sta-bene ignorano o fingono di dimenticare. Razza di ipocriti).

    È un Paese speciale, un Paese da invidiare, inoltre, perché quell’idea venne capita da contadini spesso analfabeti o comunque ineducati. I contadini delle colonie americane. E perché venne materializzata da un piccolo gruppo di leader straordinari: da uomini di grande cultura, di gran qualità. The Founding Fathers, i Padri Fondatori. Ma hai idea di chi fossero i Padri Fondatori, i Benjamin Franklin e i Thomas Jefferson e i Thomas Paine e i John Adams e i George Washington eccetera? Altro che gli avvocaticchi (come giustamente li chiamava Vittorio Alfieri) della Rivoluzione Francese! Altro che i cupi e isterici boia del Terrore, i Marat e i Danton e i Saint Just e i Robespierre! Erano tipi, i Padri Fondatori, che il greco e il latino lo conoscevano come gli insegnanti italiani di greco e di latino (ammesso che ne esistano ancora) non lo conosceranno mai. Tipi che in greco s’eran letti Aristotele e Platone, che in latino s’eran letti Seneca e Cicerone, e che i principii della democrazia greca se l’eran studiati come nemmeno i marxisti del mio tempo studiavano la teoria del plusvalore. (Ammesso che la studiassero davvero).

    Jefferson conosceva anche l’italiano. (Lui diceva «toscano»). In italiano parlava e leggeva con gran speditezza. Infatti con le duemila piantine di vite e le mille piantine di olivo e la carta da musica che in Virginia scarseggiava, nel 1774 il fiorentino Filippo Mazzei gli aveva portato varie copie d’un libro scritto da un certo Cesare Beccaria e intitolato «Dei Delitti e delle Pene». Quanto all’autodidatta Franklin, era un genio. Scienziato, stampatore, editore, scrittore, giornalista, politico, inventore. Nel 1752 aveva scoperto la natura elettrica del fulmine e aveva inventato il parafulmine. Scusa se è poco. E fu con questi leader straordinari, questi uomini di gran qualità, che nel 1776 i contadini spesso analfabeti e comunque ineducati si ribellarono all’Inghilterra. Fecero la guerra d’indipendenza, la Rivoluzione Americana. Be’… Nonostante i fucili e la polvere da sparo, nonostante i morti che ogni guerra costa, non la fecero coi fiumi di sangue della futura Rivoluzione Francese. Non la fecero con la ghigliottina e coi massacri della Vandea. La fecero con un foglio che insieme al bisogno dell’anima, il bisogno d’avere una patria, concretizzava la sublime idea della libertà anzi della libertà sposata all’uguaglianza.

    La Dichiarazione d’Indipendenza. «We hold these Truths to be self-evident… Noi riteniamo evidenti queste verità…. Che tutti gli Uomini sono creati uguali. Che sono dotati dal Creatore di certi inalienabili Diritti. Che tra questi Diritti v’è il diritto alla Vita, alla Libertà, alla Ricerca della Felicità. Che per assicurare questi Diritti gli Uomini devono istituire i governi…». E quel foglio che dalla Rivoluzione Francese in poi tutti gli abbiamo bene o male copiato, o al quale ci siamo ispirati, costituisce ancora la spina dorsale dell’America. La linfa vitale di questa nazione. Sai perché? Perché trasforma i sudditi in cittadini. Perché trasforma la plebe in Popolo. Perché la invita anzi le ordina di governarsi, d’esprimere le proprie individualità, di cercare la propria felicità. Tutto il contrario di ciò che il comunismo faceva proibendo alla gente di ribellarsi, governarsi, esprimersi, arricchirsi, e mettendo Sua Maestà lo Stato al posto dei soliti re. «Il comunismo è un regime monarchico, una monarchia di vecchio stampo. In quanto tale taglia le palle agli uomini. E quando a un uomo gli tagli le palle non è più un uomo» diceva mio padre. Diceva anche che invece di riscattare la plebe il comunismo trasformava tutti in plebe. Rendeva tutti morti di fame. Be’, secondo me l’America riscatta la plebe. Sono tutti plebei, in America. Bianchi, neri, gialli, marroni, viola, stupidi, intelligenti, poveri, ricchi. Anzi i più plebei sono proprio i ricchi. Nella maggioranza dei casi, certi piercoli! Rozzi, maleducati. Lo vedi subito che non hanno mai letto Monsignor della Casa, che non hanno mai avuto nulla a che fare con la raffinatezza e il buon gusto e la sophistication. Nonostante i soldi che sprecano nel vestirsi, a esempio, son così ineleganti che in paragone la regina d’Inghilterra sembra chic. 

    Però sono riscattati, perdio. E a questo mondo non c’è nulla di più forte, di più potente, della plebe riscattata. Ti rompi sempre le corna con la Plebe Riscattata. E con l’America le corna se le sono sempre rotte tutti. Inglesi, tedeschi, messicani, russi, nazisti, fascisti, comunisti. Da ultimo se le son rotte perfino i vietnamiti che dopo la vittoria son dovuti scendere a patti con loro sicché quando un ex presidente degli Stati Uniti va a fargli una visitina toccano il cielo con un dito. «Bienvenu, Monsieur le President, bienvenu!». Il guaio è che i vietnamiti non pregano Allah. E con i figli di Allah la faccenda sarà dura. Molto lunga e molto dura. Ammenoché il resto dell’Occidente non smetta di farsela addosso. E ragioni un po’ e gli dia una mano.

    Non sto parlando, ovvio, alle iene che se la godono a veder le immagini delle macerie e ridacchiano bene- agli-americani-gli-sta-bene. Sto parlando alle persone che pur non essendo stupide o cattive, si cullano ancora nella prudenza e nel dubbio. E a loro dico: sveglia, gente, sveglia! Intimiditi come siete dalla paura d’andar contro corrente cioè d’apparire razzisti (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella religione, forse, comunque una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci.

    Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri… Cristo!

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