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    #VoxPopuli – Il giovane papa (per il momento) continua a farci sognare

    Pubblicato il 19 novembre 2016 da Redazione.

    di Marcello De Angelis.

    Non sono mai stato così incuriosito da una serie televisiva. E in fin dei conti mi dà anche un pò fastidio fare pubblicità ad un network che si è comportato in maniera così ipocrita e subdola con un grande sportivo e gran brava persona come Paolo Di Canio. Ma torno a parlarne, dopo aver visto il finale di stagione di The Young Pope di Paolo Sorrentino.

    Aspettavo, come avevo già scritto, la doccia fredda politically correct sul finale, una qualche caduta di stile che riconducesse un lavoro così nobilmente e coraggiosamente provocatorio nei binari miserabili dei prodotti “fedeli alla linea” ai quali siamo tristemente abituati.

    Invece il finale ci ha lasciato tutto in sospeso preparandoci in modo un pò troppo scontato alla seconda serie, ma almeno ci ha risparmiato rinnegamenti e inversioni ad U che ci avrebbero convinto a non guardare il sequel, che da quello che ho capito è già in programmazione.

    Nell’ultima puntata, il giovane Papa, sempre più santo e più misantropo, fa la sua prima apparizione pubblica, ma non a Piazza San Pietro bensì a Piazza San Marco a Venezia.

    Sembra di capire che si sia spostato nella città lagunare per stanare, con la sua apparizione pubblica, quella coppia di cialtroni irresponsabili, egoisti e miserabili dei suoi genitori figli dei fiori, che per essere liberi di andare a godersi la loro vita nomadica avevano scaricato il loro unico figlio in un orfanotrofio.

    Effettivamente una coppia di hippy sul viale del tramonto appare tra la folla. Sono i soli che non guardano estatici il Santo Padre.

    Il Pontefice fa un discorso non del tutto chiaro, sia dal punto di visto televisivo che dottrinario liturgico teologico. Scusate, ma le materie in cui andavo meglio all’Università erano storia delle religioni e storia del cristianesimo, quindi mi è rimasto il vizio.

    Dice però una cosa bella e santa: “Dio non urla e non sussurra. Dio non chiacchiera. Dio sorride…”.

    E tutti, nella piazza affollata, sorridono. Eccetto quei due mascheroni dei suoi genitori biologici. E verrebbe da dire: e chi se ne frega. Due post-sessantottini figli di papà cha a vent’anni hanno buttato in un istituto un bambino per godersi il proprio libero amore, le loro droghe psichedeliche e i loro inutili capelli lunghi e le loro pacchiane camicie a fiori. Uno schifoso egoismo, superficiale e mitomane che ha generato la società dell’edonismo narcisista che ancora non riusciamo a scrollarci di dosso.

    Non ho capito, lo ammetto, che cosa Sorrentino ci voglia dire e aspetto per questo con interesse la seconda serie. In questa ho trovato un mosaico straordinario di segnali di intelligenza e profondità a cui il nostro tempo ci ha disabituati. L’amore mistico che resta puro perché non cede alla carne da un lato e l’ipocrisia schifosa di chi cerca di giustificare una vita di infamia chiedendo invece che tutto il mondo abbia compassione di lui per un torto subito (l’arcivescovo pedofilo che anziché fare ammenda delle sue colpe immani pretende di essere compreso perché anche lui, a dodici anni ha subito la stessa violenza…).

    A trent’anni dai miei studi universitari e con un radicamento nella fede che forse si può raggiungere solo quando si è superata la metà della propria esistenza e si comincia ad intravedere il traguardo ultimo verso il quale ci si avvia in rapida discesa, avevo perso interesse a parlare di cose profonde con chicchessia. Questa serie di Sorrentino mi ha costretto a riflettere, a confrontarmi e piantare di nuovo dei paletti. Pur avendo il culto della cultura, non credevo che un prodotto culturale, ormai (in Italia!), potesse risvegliarmi questa passione.

    Grazie giovane papa. Magari tu esistessi davvero.

    ‏@deangelismarcel

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