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    #VoxPopuli – Ognuno ha diritto alla sua opinione… Ma la loro è giusta e quella degli altri è sbagliata…

    Pubblicato il 5 dicembre 2016 da Redazione.

    di Marcello De Angelis.

    Nel 1995 un grand’uomo americano di nome Christopher Lasch scrisse un libro intitolato “la ribellione delle élite” nel quale tentava di spiegare che la causa della crisi della democrazia Usa e del suo modello di società andava ricercata nel fatto che “le élite politiche e intellettuali hanno perso i contatti con la realtà in cui vivono e si muovono in un mondo falsamente cosmopolita di consumi assurdi e di mode fine a se stesse”. In parole povere: chi comanda vive in una realtà parallela rispetto al resto dei cittadini, non li rappresenta e non è in grado di capirli o comunicarci.

    Negli ultimi venti anni varie teste pensanti hanno ripetuto la sua analisi sostenendo che lo stesso problema – nato, come tutte le trasformazioni economiche, politiche e sociali, negli Usa – aveva ormai infettato anche l’Europa e nel nostro caso l’Italia. Ma sono rimasti tutti inascoltati, quando non sono stati attaccati e messi all’indice.

    I difensori e rappresentanti di quelle “élite che hanno tradito la democrazia” messe all’indice da Lasch, hanno usato tutte le loro armi mediatiche, economiche, accademiche e politiche per resistere al dilagare di questa critica del loro potere, dei loro privilegi e della loro pretesa superiorità. Ma hanno solo guadagnato tempo. O piuttosto lo hanno fatto perdere al resto degli abitanti del mondo occidentale, che tuttavia ha preso progressivamente coscienza della necessità di scrollarseli di dosso.

    All’improvviso, tutti i commentatori hanno cominciato a usare un termine apparentemente innovativo (ma vecchio di un paio di secoli) “populista”, per definire in termini negativi e mettere al bando chiunque sposava l’analisi secondo cui i popoli erano stati traditi dai propri “strati dirigenti” e avevano diritto di tornare a far sentire la propria voce.

    Non potendo ingabbiare un fenomeno dilagante in categorie preconcette, hanno cominciato a parlare di “populismi di destra, estrema destra, ultradestra” e “populismi di sinistra”, oppure di “populismi antipolitici” e via dicendo, adattando il termine a nazioni e contesti diversi, radicando però così l’idea che una divergenza profonda tra i popoli – tutti – e chi li domina, sia assolutamente reale.

    Quando gli inglesi hanno votato la Brexit hanno detto che erano ignoranti e rozzi, indegni del diritto al voto. Quando un terzo dei francesi hanno votato per Marine Le Pen hanno scritto che si trattava di razzisti e antisemiti. Quando gli ungheresi hanno eletto Orban erano tutti nazisti. Diverso il caso di Tsipras in Grecia o di Podemos in Spagna, perché almeno indossavano confortevoli magliette con le icone barbute alle quali la sinistra-progressista-liberal resta comunque affezionata.

    Poi è arrivato Trump e si è scatenato il diluvio. Come hanno potuto gli americani, che hanno inventato il politicamente corretto, le leggi speciali che tutelano le minoranze contro le maggioranze, la discriminazione positiva e hanno mandato truppe e bombardieri in giro per il mondo per assicurarsi che tutta l’umanità si adeguasse a quegli standard, eleggere l’uomo che tutti i media, gli attori, i designer di moda, le rock star (e insomma tutti quelli che fanno parte del club dei “migliori” della nostra società) avevano stigmatizzato come “l’uomo da non votare assolutamente”?

    Anche all’indomani del referendum italiano, che ha visto prevalere il No, la maggior parte degli analisti e commentatori hanno parlato di populismo. Salvando però da questa classificazione gli attori e cantanti che si sono schierati per il No per motivi ideologici di estrema sinistra, che sono per questo, quindi, giustificati.

    Quello che sembra ancora sfuggire proprio alle persone che teoricamente dovrebbero essere le più informate e intelligenti, è che questa loro rigidità – che li spinge a voler descrivere la realtà per come vorrebbero che fosse e non per quello che è – sta seriamente prosciugando le loro capacità di comprendere cosa gli sta succedendo intorno.

    Fa tristezza vedere persone che parlano e scrivono molto bene – perché lo fanno per professione – continuare a sostenere a se stessi che solo loro hanno ragione e tutti gli altri sbagliano. Ad esempio, se l’accusa di “populismo” intesa come volgarizzazione del termine “demagogia” può valere per personaggi politici e partiti, cambia di significato quando è esteso alla maggioranza dei cittadini. Un popolo che diventa populista è semplicemente un popolo che si è stufato di farsi trattare come se fosse un minorato sotto tutela, di farsi dire cosa deve pensare, come deve votare, come si debba correttamente esprimere, chi e cosa debba amare o odiare.

    Forse – ma dico forse – cari amici giornalisti intelligenti abituati ad avere sempre ragione, è venuto il momento di porsi la fatidica domanda: “e se invece mi sbagliassi io?”.

    ‏@deangelismarcel

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